Non è scalando le montagne che si può ambire all’infinito.
Un infinito il cui eco risuona dentro noi, ma che non riusciamo ad afferrare razionalmente.
La vita ci offre occasioni di incontro e contemplazione con il trascendente.
Fremiti impalpabili che riempiono per brevi istanti di assoluto la nostra esistenza. Capaci di attenuare la pena del qui, dell’adesso scomposto. Difficili da svelare perchè è nell’infinitamente piccolo che si cela l’infinitamente grande.
Nelle piccole cose, nelle abitudini quotidiane, nei piccoli gesti, nelle piccole attenzioni che per apatia ed assuefazione non siamo più in grado di comprendere.
Gemme di inestimabile valore che ad occhi logori appaiono “comuni”.
E qui che si compie la tragedia, perchè l’infinito inespresso, conchiuso in un viaggio di sola andata perde di divinità spegnendosi nella più insignificante delle mortalità.
I varchi verso l’altrove si chiudono esitando in cicatrici planetarie destituite di ogni slancio alla sublimazione.
Spazi bianchi tra due parentesi che andrebbero iconizzate.
E così i tramonti, i baci di una compagna, gli abbracci di un figlio, le complicità di un amico scivolano via derubricati di ogni possibile valenza di eterno.
A questa caduta non c’è rimedio. Nessun potenziale redentivo.
La curva intellettiva sta drammaticamente precipitando e con essa la volontà di riappropriarsi di quei doni che facevano di tutti noi la specie su cui puntare per dare al mondo un’impronta meno crudele e più vicino agli dei.
Abbiamo puntato…abbiamo perso.