Le 5 porte

novembre 14, 2011

porta1Cos’è che spalanca le porte dell’eterno ad una realtà umana oramai priva di un principio primo, relegato nei cieli rarefatti di religioni incapaci di consolare la sua disperazione esistenziale?

L’eterno inteso come momento di dilatazione della coscienza, di contatto con l’infinito, di abbraccio con una trascendenza tutta umana, di sublimazione esistenziale, di elevazione verso i piani alti della coscienza.

Dove la mistica perde la sua polarità divina per innescarne una carnale, fatta di momenti, istanti, in cui l’uomo possa accogliere in se il respiro dell’eterno.

Vista, udito, tatto, gusto, olfatto: le sole porte esperienziali capaci di concederci momenti di “infinito percepito”, i soli indotti con cui esperire gocce di assoluto in un perimetro esistenziale troppo ristretto per le nostre proiezioni.

Immagini, profumi, sapori, suoni, contatti…

Spasmi, lampi, memi, distillati di un paradiso biochimico elevato, scioccamente, a varco verso l’altrove, da un “uomo” ancora troppo arrogante ed egoico per comprenderne appieno la natura velleitaria.

Infinitamente…

gennaio 20, 2010

Non è scalando le montagne che si può ambire all’infinito.

Un infinito il cui eco risuona dentro noi, ma che non riusciamo ad afferrare razionalmente.

La vita ci offre occasioni di incontro e contemplazione con il trascendente.

Fremiti impalpabili che riempiono per brevi istanti di assoluto la nostra esistenza. Capaci di attenuare la pena del qui, dell’adesso scomposto. Difficili da svelare perchè è nell’infinitamente piccolo che si cela l’infinitamente grande.

Nelle piccole cose, nelle abitudini quotidiane, nei piccoli gesti, nelle piccole attenzioni che per apatia ed assuefazione non siamo più in grado di comprendere.

Gemme di inestimabile valore che ad occhi logori appaiono “comuni”.

E qui che si compie la tragedia, perchè l’infinito inespresso, conchiuso in un viaggio di sola andata perde di divinità spegnendosi nella più insignificante delle mortalità.

I varchi verso l’altrove si chiudono esitando in cicatrici planetarie destituite di ogni slancio alla sublimazione.

Spazi bianchi tra due parentesi che andrebbero iconizzate.

E così i tramonti, i baci di una compagna, gli abbracci di un figlio, le complicità di un amico scivolano via derubricati di ogni possibile valenza di eterno.

A questa caduta non c’è rimedio. Nessun potenziale redentivo.

La curva intellettiva sta drammaticamente precipitando e con essa la volontà di riappropriarsi di quei doni che facevano di tutti noi la specie su cui puntare per dare al mondo un’impronta meno crudele e più vicino agli dei.

Abbiamo puntato…abbiamo perso.

Argini

dicembre 5, 2009

I giorni passano sempre più veloci, uno uguale all’altro, in una monotonia senza fine.

Non si riescono più a percepire i confini, non  si riesce più a delineare un orizzonte.

Troppi contrasti, toni accesi, accenti, cuspidi. C’è bisogno di tonalità smorzate, pastelli, modulazioni leggere, fremiti, sussurri, brezze che accompagnino un cammino diventato sempre più difficile ed estenuante. Inaridito da un contesto sempre più spoglio.

Gli argini sono al limite estremo ed è crescente la pressione del nulla su di essi.

E’ quotidiana la battaglia che si combatte contro il niente, contro l’alienazione, contro il vuoto che assalta, che invade.

Il nemico è di quelli pericolosi: invisibile, furtivo. Non c’è rifugio che ti possa nascondere, scudo che ti ripari, barriera che ti protegga.

L’epidemia non ha risparmiato nessuno: intellettuali, scrittori, politici, amici.

L’amnio è rigonfio, pronto a nuovi orrendi parti.

E’ la società liquida di Bauman , incapace di sedimentare in processi storici acquisiti, norme, regole e comportamenti. Dove lo sciame, caotico e schizofrenico, ha sostituito gruppi e tribù, storia e leggenda.

I pochi nuclei di resistenza sono prossimi all’epilogo. Ennesimi spettri in pectore.

Il tempo è agli sgoccioli ma qui nessuno sembra accorgersene.

Noi qui, soli, in questo presente azzerato, alla disperata ricerca di sogni ed ideali perduti nell’angosciante pragmatismo che trionfa in questi giorni popolati dallo spettro dell’uomo qualunque.

In finction veritas

novembre 12, 2009

maschereLe finction, le soap-opere, i reality, con tutto il loro corollario di cerone e make-up sono riuscite nell’intento, quello di colonizzare le menti di milioni di media-dipendenti.

Quindici anni di palinsesti Rai-Mediaset hanno totalmente  intriso, inconsciamente, la materia grigia di falsi modelli, da produrre mostri catodici privi di catodo.

Li possiamo osservare nella vita di tutti i giorni, negli uffici, per strada, in casa…

La disfatta umana assume gli sfumati contorni del voyerismo: una mania, un ossessione talmente dominante da costituire una pulsione parrossistica.

Osservare la vita degli altri, carpirne i segreti, gli scandali, le intimità in un crescendo talmente emotivo da condizionare  gli schemi affettivi.

Una forma di morbosità condivisa a tal punto da diventare collante discorsivo e comportamentale, talmente integrato da essere diventato il vero presupposto della socialità moderna.

Politica, giornali, uomini di potere, manager si appassionano ai cazzi altrui in maniera sempre più bulimica.

Il “bene pubblico ” sconfina nella vita privata , in particolare se nasconde debolezze, errori e scandali. Una ruota che macina corna, sesso, amori, gelosie, litigi in un decomposto le cui esalazioni occludono lobi e corteccia.

Una psicosi, un’allucinazione di massa che non ha sconfitti ne vincitori ma una mutazione di specie lenta e graduale . Una nuova umanità sociale dominata da ciò che alcuni scienziati chiamano extimità.

Niente più barriere, vincoli, gabbie, scudi, fratello. Tutto all’aperto, condiviso e possibilmente convissuto da una tribù globale stereotipata, paraffettiva e spettatrice di una finction non più tale grazie a tutti noi che ne siamo diventati emanazione vivente.

Carezza

ottobre 8, 2009

cuoreL’uomo esprime tutta la sua “grazia” nella carezza. La più pura tra tutte le emanazioni affettive.

La carezza è l’unico vero sublimato affettivo di cui disponiamo, espressione di un amore incontaminato, privo di finalità, di accenti, di cuspidi.

La carezza per sua natura non è seduttiva, è noumeno prima ancora che fenomeno.

Nella carezza non c’è leziosità, piaggeria, né ipocrisia.

Il suo valore è immenso perchè se ne dispensano poche. Troppo preziosa e nobile per diventare fenomeno di massa.

E’ materica ma non sufficientemente per alimentare il fuoco dell’eros. La sua semplicità aliena il ricevente, allevato ad un emotività grezza, elevandolo ad altezze inusuali.

La carezza non affonda, non si impadronisce, non viola né profana. E’ semplice, leggera, mai invasiva. Nella carezza c’è contemplazione, adorazione, tenerezza, perdono.

Nella carezza c’è sacralità, veritas e quell’intimità discreta che non prelude ad alcun divenire.

Nemmeno il bacio, che può farsi sociale, può aspirare a tanto.

Ictus

agosto 29, 2009

7Ci sono momenti come questo, in cui tutto mi sembra così nebuloso e cifrato…

Momenti in cui ho la sensazione di trovarmi di fronte a spazi privi di confine, assenti di orizzonte…

Pianure senza rilievi, statiche, senza movimento…

E io fermo, lì, sbiadito fotogramma di un film in attesa di una ripresa d’azione.

Non c’è divenire, cammino, né alcuna brezza che mi risvegli dal sopore esistenziale.

Piacere, dolore sono ricordi lontani, appartenuti ad un corpo che non sa più di esistere e ad una mente aliena, sull’orlo dell’abisso.

Da tempo i ricordi mi hanno abbandonato, privandomi di un’identità storica che più non mi appartiene.

Sistoli e diastoli scandiscono ritmicamente un tempo, il mio, privo di accenti percettivi, sporgenze, divenire…

La gente intorno a me non si affanna più, la compassione è un flebile ricordo fatto di abbracci, lacrime e carezze.

Le  voci sono echi lontani che giungono da una dimensione onirica che nulla ha del sogno.

Spettri evanescenti fanno breccia quà e là, in squarci spazio-tempo indefiniti. Sono indistinti, sfocati, irriconoscibili. Vorrei sentirne il calore, poterne delineare un rilievo, un ricordo…

Dove vivo non c’è tempo, nè spazio, nè colore, nè sapore.

Un luogo dove si stà e basta, nell’attesa che qualcuno si ricordi di me e metta la parola “fine” ad una prigionia senza sbarre e senza catene, dove nemmeno le lacrime sgorgano più da questo niente.


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