Cos’è che spalanca le porte dell’eterno ad una realtà umana oramai priva di un principio primo, relegato nei cieli rarefatti di religioni incapaci di consolare la sua disperazione esistenziale?
L’eterno inteso come momento di dilatazione della coscienza, di contatto con l’infinito, di abbraccio con una trascendenza tutta umana, di sublimazione esistenziale, di elevazione verso i piani alti della coscienza.
Dove la mistica perde la sua polarità divina per innescarne una carnale, fatta di momenti, istanti, in cui l’uomo possa accogliere in se il respiro dell’eterno.
Vista, udito, tatto, gusto, olfatto: le sole porte esperienziali capaci di concederci momenti di “infinito percepito”, i soli indotti con cui esperire gocce di assoluto in un perimetro esistenziale troppo ristretto per le nostre proiezioni.
Immagini, profumi, sapori, suoni, contatti…
Spasmi, lampi, memi, distillati di un paradiso biochimico elevato, scioccamente, a varco verso l’altrove, da un “uomo” ancora troppo arrogante ed egoico per comprenderne appieno la natura velleitaria.


Le finction, le soap-opere, i reality, con tutto il loro corollario di cerone e make-up sono riuscite nell’intento, quello di colonizzare le menti di milioni di media-dipendenti.
L’uomo esprime tutta la sua “grazia” nella carezza. La più pura tra tutte le emanazioni affettive.
Ci sono momenti come questo, in cui tutto mi sembra così nebuloso e cifrato…